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CALCIO | 18 marzo 2025, 20:45

Finalmente 'Stadio Giorgio Dal Monte', un'omaggiata leggenda del calcio aostano. Roccia i rossoneri non ti dimenticano

Domenica 23 marzo, alle 10, il campo sportivo polivalente di Regione Tsambarlet si trasformerà in un luogo di memoria, dove il passato incontra il presente, dove il cuore di Aosta batte ancora per uno dei suoi figli più illustri: Giorgio Carlo Dal Monte

Una storica figurina di Roccia

Una storica figurina di Roccia

Con il rito dello scoprimento della targa, che porta il suo nome, la nostra città renderà omaggio a un calciatore che, negli anni '50, ha portato con sé il sogno e l’orgoglio di una generazione. Un’atleta che, con il suo talento e la sua determinazione, ha calcato i palcoscenici più prestigiosi del calcio italiano, dalla Serie A al Genoa e al Milan, e che ha inciso indelebilmente nel cuore della Valle d'Aosta.

"Quella targa, che sancisce l’intitolazione della struttura, non è solo un pezzo di metallo appeso a una parete - spiega Nunzio Santoro uno dei promotori dell'intitolazione fatta sua dall'Assessora allo sport del Comune di Aosta, Alina Sapinet,  ma è il simbolo di una memoria collettiva che rievoca il 'nobile calcio' che per decenni ha animato le nostre terre". 

Un calcio che, purtroppo, oggi sembra lontano, ma che ha rappresentato, in quegli anni difficili del dopoguerra, un rifugio, un’occasione di riscatto per una comunità che viveva tra le difficoltà di una città operaia e la fatica della ricostruzione. La Cogne, l’immigrazione, il lavoro duro, la speranza di un futuro migliore si mescolavano con i sogni di gloria che, a volte, si materializzavano proprio sul campo da calcio.

E Giorgio Dal Monte, per tutti “Roccia”, è stato uno di quei sogni. Un ragazzo di Aosta che, con la sua grinta, la sua forza, il suo spirito indomito, ha conquistato i cuori di chi lo vedeva correre, dribblare e segnare. Con lui, la gente di Aosta si è identificata. Ogni sua giocata, ogni gol, diventavano un motivo di speranza, un segno che anche una città come la nostra, pur lontana dai grandi centri, poteva produrre talenti capaci di conquistare le vette del calcio nazionale. I suoi numeri parlano chiaro: 82 gol in 134 presenze, un cecchino sotto porta che attirò l’attenzione dei club più prestigiosi.

Nel 1952, a soli 21 anni, Giorgio Dal Monte salì sul treno che lo portò al Genoa. Il suo trasferimento, a suon di milioni, fu vissuto come una vittoria non solo per lui, ma per tutta Aosta. Era il sogno che diventava realtà, il segno che anche i giovani valdostani potevano lottare nei grandi stadi d’Italia. La sua ascesa fu rapida, le sue otto reti contribuirono al ritorno del Genoa in Serie A. Ma fu solo l’inizio di una carriera che lo avrebbe portato nel 1955 a vestire la maglia del Milan, in un periodo d’oro per la squadra rossonera. Con il Milan, Dal Monte conquistò 15 reti in 21 presenze, giocando con leggende del calcio come Nils Liedholm, Gunnar Nordahl e Cesare Maldini. Un Milan stellare che, sotto la guida di Puricelli, arrivò secondo in campionato e vinse la Coppa Latina. Un anno magico, dove Giorgio scrisse il suo nome nella storia.

Eppure, come spesso accade, la luce dei riflettori svanisce in fretta. Dal Monte tornò a Genova nel 1956, dove continuò a brillare con il Genoa fino al 1961, mettendo a segno altri gol importanti per la squadra rossoblu. Ma la fama ha sempre un prezzo, e dopo l’apice, l’oblio arriva presto. La carriera si esaurisce, il palcoscenico diventa freddo, l’eco dei battimani si dissolve. Per chi, come Dal Monte, ha vissuto i momenti di gloria con l’umiltà di un uomo semplice, la discesa è tanto più dolorosa.

Eppure, Giorgio Dal Monte non sarà mai dimenticato. La sua parabola, che potrebbe sembrare troppo rapida per alcuni, ha lasciato un segno indelebile non solo nel calcio, ma nella memoria di Aosta. Lo stadio di Tsambarlet, ora intitolato a lui, non solo celebra l’uomo, ma ci ricorda che un tempo, anche da queste montagne, il calcio era praticato con passione, purezza e sacrificio. La sua dedizione, il suo spirito di combattente, la sua capacità di emozionare i tifosi sono un faro che continua a brillare, anche in un calcio che ha cambiato volto.

Questa cerimonia non è solo un atto di riconoscimento, ma una promessa: quella di non dimenticare. E chissà, forse è anche un auspicio, il desiderio che quel “nobile calcio” che Dal Monte ha rappresentato, un giorno possa tornare. Un calcio che non dimentica le radici, che non smette di emozionare, che non perde mai il senso di appartenenza.

pi.mi./ns

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